Vokabelkasten: 

darsi delle arie – sich etw. auf sich einbilden; mormoreggiare – murmeln, säuseln; l’intreccio di strade – Straßennetz; l’acqua alta – Hochwasser; la parvenza – Hauch; aleggiare nell’aria – in der Luft liegen; vantarsi – prahlen; l’invidia – Neid; infondato – unbegründet; ampliare qc. – etw. erweitern; resuscitare – auferstehen, wieder aufleben; benamato – wohlbehütet; la vanteria – Angeberei, Prahlerei; l’effusione (m.) – Erguss; coniare qc. – etw. prägen; imprimere qc. – etw. übertragen; scettico – skeptisch; la dipendenza – Abhängigkeit; collocare qc.hier: etw. verorten; il salto temporale – Zeitsprung; eruditohier: schwulstig; duraturo – nachhaltig; il venditore ambulante – Straßenverkäufer; tiepido – lau; il fascino – Charme; la mossahier: Trick; la consolazione – Trost; il tentativo – Versuch

Gelobtes Land

München nennt sich gerne die nördlichste Stadt Italiens, Passau zieht Vergleiche zu Venedig, Dresden wird Elbflorenz genannt. Warum wollen alle so sein wie Italien? onde-Autorin Laura Krzikalla sucht nach Erklärungen.

Ci sediamo al bar, ordiniamo un gelato, un cappuccino, forse un Aperol Spritz (pronunciato Schpritz, è proprio così che si dice, no?). E chi si vuole dare un po’ di arie ordina dal cameriere italiano, che con quelle sue maniere incredibilmente gentili è così tipicamente italiano, non un espresso, bensì un caffè, con la “ä” accentuata alla fine. In Italia si fa proprio così, sai, lo fa qualcuno che durante la scorsa vacanza al lago di Garda ha prestato attenzione.

Diagnose: Italien-Sucht
Eh, ovunque si mormoreggia nei piccoli bar. Qui, in quest’idilliaca cittadina bavarese, sembra quasi di essere in Italia. Non c’è da sorprendersi se Passavia, la piccola e poetica città della Bassa Baviera, viene chiamata, non a caso, Venezia bavarese. E non solo per il suo intreccio di strade e corsi d’acqua che, come a Venezia, portano al manifestarsi dell’acqua alta ogni anno. No, no, è dovuto anche al modo di vivere. Una parvenza d’Italia aleggia nell’aria.
Un paio di chilometri a sud, la regione alpina. Qui ci si vanta volentieri con gli amici del nord del fatto che “in tre ore si arriva al lago di Garda”. Sguardi pieni di invidia. E qualcuno, quasi come fosse una legge scritta, butta lì un: “Beh, Monaco è la città più a nord dell’Italia”. Sott’inteso: noi del sud sappiamo cos’è la bella vita. La “dolce vita”, quella la viviamo qui tutto l’anno. Ma non solo i bavaresi cercano in tutti i modi di essere il più italiani possibile. La città di Dresda si è data il soprannome di Firenze dell’Elba. Ciò che i sassoni e i fiorentini o l’Elba e l’Arno hanno in comune, per gli inesperti non è subito chiaro. Ma la motivazione di questi soprannomi non è poi così infondata come nel caso della mania dei monacensi di voler essere parte dell’Italia: l’architettura e l’eccezionale accolta museale di Dresda rappresentano l’equivalente tedesco della magnifica Firenze. Almeno così dicono.
È dunque semplicemente una moda voler portare alla luce l’italiano che c’è in noi? Abbiamo un problema, noi tedeschi, con la nostra identità e cerchiamo di ampliarla con una dose di “dolce vita”? Perché il resto d’Europa, e soprattutto la Germania, cerca in tutti i modi di essere come l’Italia? Cosa ci affascina così tanto di questo Paese? Un motivo, uno soltanto, potrebbe trovarsi nel corso della storia.

Schon Goethe wusste: Italien weckt Sehnsüchte
Donatello, Botticelli, Da Vinci, Raffaello, Michelangelo, Tiziano. Nel Quattrocento e Cinquecento, il cuore del Rinascimento pulsa nello Stivale, dove artisti e studiosi vogliono fare resuscitare l’antica cultura greca e romana. E con ciò ispirano altri: in Germania Albrecht Dürer e in Inghilterra William Shakespeare, il quale ambienta la sua opera più famosa proprio a Verona. È in questo periodo che cominciano le prime forme di imitazione degli italiani? Nella stessa epoca, i nobili cominciano a mandare i loro benamati figli in giro per il mondo. Durante il loro Grand Tour visitano, tra gli altri Paesi, anche l’Italia. La moda del Grand Tour rimarrà fino al Settecento e porterà
il mito dell’“importazione culturale”: i viaggiatori portano a casa stile, architettura e arte del Paese visitato. In poche parole: atmosfera italiana.
Già dalla metà del Cinquecento, gli artisti olandesi visitano la penisola per poi ritornare in patria con particolari oggetti d’arte come ricordi di viaggio. Naturalmente non manca un po’ di vanteria: guardate dove siamo stati, così lontano al sud; questo, voi, lo potete vedere solo nei quadri. Ma noi siamo stati davvero là. In breve, questi viaggiatori olandesi pieni di vanto si fanno chiamare addirittura gli “Italianates”. Dopodiché arriva Goethe in Italia e ciò che fa è ormai risaputo: in una fanatica effusione di dichiarazioni d’amore, racconta di paesaggi mozzafiato e conia citazioni sul Belpaese che ancora oggi vengono riportate letteralmente di continuo quando si parla dell’Italia. Nel 1832, anno della morte di Goethe, anche Carl Spitzweg, artista originario dell’Alta Baviera, prepara la sua valigia e va in Italia. Visita Venezia e Firenze, Roma e Napoli. Imprime ciò che vede in moltissime opere d’arte come nel soprannominato Inglesi nella campagna. Ciò che si vede: un gruppo di turisti. Con una guida turistica in mano. Sguardi scettici nel paesaggio della Via Appia vicino a Roma. Ciò che Spitzweg documenta, non è solo il cosiddetto romanticismo di Biedermeier con colori caldi e forme piacevoli. No, senza dubbio è questo
ciò che ancora oggi caratterizza l’Italia: il turismo è arrivato nello Stivale e con lui anche la commercializzazione della be l lezza di un Paese che d’ora in poi sembra diventare sempre più un oggetto del desiderio.

Wir sehnen uns nach Leichtigkeit
È davvero così, quindi? Questa “dipendenza” nei confronti dell’Italia è da collocare così indietro nel passato? Già Goethe e compagni idealizzavano un Paese così come oggi farebbero gli abitanti di Monaco, Passavia o Dresda?
Salto temporale nel presente dell’Italia: dello splendore dei viaggiatori rinascimentali si può notare ancora poco, almeno per quanto riguarda le masse di turisti da nord a sud. Al giorno d’oggi non vengono più portati in patria testi eruditi o quadri romantici come “ricordini” dall’Italia. Il tipico souvenir del Belpaese è diventato meno duraturo e, probabilmente, è stato acquistato da uno dei numerosi venditori ambulanti a Roma o a Venezia. Ciò che rimane è il ricordo di quelle tiepide serate estive in piazza che ci sono piaciute tanto. Vogliamo anche noi prendere un po’ di questo fascino, di quest’arte di godersi la vita. La mania di voler essere come i nostri “vicini del sud” è ormai una mossa di marketing. Il marketing, quello che conduce alla consolazione della nostra anima. Il tentativo di italianizzare un po’ la nostra quotidianità tedesca almeno nei piccoli bar cittadini. Ciò che viene caratterizzato da leggerezza e gioia di vivere, viene automaticamente etichettato come “italiano”. Eh, si continua a mormoreggiare nelle strade, con l’Aperol Spritz tra le mani, pronti al prossimo cin cin. Non importa se a Monaco, a Passavia o a Dresda. L’importante è: Italia.

Laura Krzikalla, Monaco di Baviera
traduzione di Ilenia Braglia, Passavia